Prosa

Quando ho pensato che Dick Heckstall-Smith fosse stronzo

Eccomi qui in auto a fianco di Dick, sassofonista dei Colosseum e di chissà quanti altri dei miei idoli. Cerco di dormire il più possibile durante questi lunghi viaggi perché all’arrivo si montano gli strumenti, si fa il check, se c’è tempo si mangia e poi via, a suonare. E le notti sono così piene di vita che resta davvero poco per riposarsi.

Tanto meno se bisogna far su tutto in fretta e furia e ripartire subito dopo il concerto perché l’indomani si suona a mille chilometri di distanza. Allora si dorme durante il viaggio, o almeno ci si prova, nelle posizioni più incredibili che un’auto stracarica può concedere.

Guido è al volante quasi sempre, visto che io, veneziano tipico, non ho la patente. A pensarci non ho nemmeno quella per le barche però. Con noi ci sono anche Stefano, chitarrista e cantante, e Super(b), il batterista.

Tra noi parliamo di Toni e Beppi mentre invece, quando parla Dick, racconta come niente fosse di John Mayall, Jack Bruce, Peter Green… Sto lì ad ascoltarlo con gli occhi spalancati finché non mi si seccano.

Lui non mi ha mai fatto pesare la differenza tra le nostre esperienze, né ha mai detto niente sul mio suonare che so molto, ma molto migliorabile. Mi piacerebbe tanto che mi insegnasse qualcosa ma, capirò poi, questi personaggi ti insegnano suonando, basterebbe solo saper ascoltare, ma a quei tempi le mie orecchie erano parecchio distratte, in verità.

In concerto suona anche due sax contemporaneamente, l’alto e il soprano, per produrre la sezione dei fiati. È incredibile, sembra di avere un’intera orchestra con te. Ha cinquant’anni e già un paio di bypass nel suo cuore giramondo, ma deve continuare a suonare per sopravvivere.

Come moltissimi suoi coetanei infatti, quelli che hanno fatto la storia della musica moderna, ha speso tutto quello che s’era guadagnato. Nessuno di loro pensava che quella vita ricca e spensierata sarebbe potuta finire. Certo mi dispiace per lui, vedo quanto gli costa, ma, se non fosse così, col piffero che io potrei suonarci insieme.

A questo proposito mi colpì molto quando Guido, solitamente restio a confidarsi, tempo prima mi disse: “Ho sempre sognato di suonare con questi grandi personaggi e, ora che ci riesco, succede solo perché sono tutti decaduti.”

Bisogna comunque dire, a onor del vero, che la caparbietà di Guido nell’inseguire i propri sogni, lo avrebbe condotto a Parigi, in studio di registrazione con gli Stones, per niente decaduti, e ad avere il numero di telefono dell’irraggiungibile Bob Dylan. Tra le altre cose.

Sul palco Dick indossa un piccolo apparecchio portatile a tracolla con il quale registra su cassette audio tutti i concerti. Poi, nei tempi morti, ascolta e riascolta. Un giorno gli chiedo se posso ascoltare anch’io e noto che, praticamente, si sentono solo le sue parti di sax.

Resto un attimo perplesso e, al concerto successivo, mi offro di piazzare il registratorino in un punto del palco in cui si possa sentire in modo equilibrato tutta la band. Lui dice di no e io penso “Ma guarda che stronzo, ecco che adesso si scopre che gli fa cagare come suoniamo e registra solo se stesso.”.

Al momento me la tengo per me, ma questa cosa non mi va giù, non sono mai stato capace di far finta di niente e stare zitto. Ecco perché ho davvero pochi amici. Quindi, durante un viaggio fianco a fianco, mi faccio coraggio e, con il mio improbabile inglese, affronto la questione: “Perché vuoi sentire solo il tuo sax?”.

E lui, che ha già scritto grande musica e pagine di storia, mi risponde candido: “Se no come faccio a migliorare?”.

Potete immaginarvi come mi sono sentito?


14 dicembre 2011

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Gigi Todesca
Sono umano, ma sono anche un sasso, il vento, le piante, gli animali e tante cose che ancora non so.

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