Prosa

Salve mi presento: sono un’insegnante!

Premessa: ho prodotto questo scritto quando insegnavo in una scuola superiore di primo grado e contemporaneamente alla scuola di specializzazione all’insegnamento secondario (SISS) per insegnanti di Scienze del Veneto. Ora sono in pensione, quindi lo scritto è datato, ma assolutamente autobiografico, ho solo cambiato, logicamente, i nomi degli alunni.

Salve, mi presento: sono un’insegnante in prima linea, appartengo, cioè, alla bassa manovalanza della cultura. Faccio parte di quella schiera di lavoratori (lavoratori? c’è qualcuno che mette in forse anche questo) che si alzano al mattino, a volte malaticci, pieni indi problemi (soprattutto finanziari considerato il nostro stipendio), magari incazzati o angosciati, sicuramente assonnati, che giunti a scuola si trovano davanti dalle 20 alle 30 personcine piene di vitalità, anzi troppo piene di vitalità, ammettiamolo, esageratamente piene di vitalità.

E a questa età chi non è pieno di vitalità? (dice il genitore)

Cazzo, io non ero strapiena di vitalità e sono una persona psicologicamente stabile (finora), mio figlio lo stesso, ugualmente il mio compagno, come i miei amici… e potrei andare avanti con l’elenco di persone che da scolari non erano “pieni di vitalità” e che da adulti non sono dei castrati.

Comunque, ritorniamo alle personcine che a volte non saresti in grado di affrontare, perché hai la pressione bassa, perché sei distratto da problemi, perché hai mal di gola, perché hai la giornata storta. E invece stanno entrando e salendo le scale, lo avverti dal boato che si sente in lontananza, dal fremito del pavimento, dall’esplosione improvvisa.

Bevo l’ultimo schifoso caffè della macchinetta, mi carico ed entro in aula (secondo me esistono due categorie di macchinette del caffè: quelle destinate alla scuola e poi tutte le altre: tanto agli insegnanti basta buttar dentro caffeina, il gusto non ha importanza).

Ogni volta che entro in aula mi viene il dubbio se ho sognato di entrare oppure sono entrata realmente, perché le 25 personcine (ho fatto la media aritmetica… io insegno matematica 😏) piene di vitalità neppure s’accorgono se entra chicchessia, insegnante, preside, ausiliario (bidello per chi è rimasto indietro con i tempi): loro sono troppo occupati.

Ma a far cosa? A stare insieme. Loro sono felici di venire a scuola (soprattutto quelli esageratamente pieni di vitalità che non sono mai assenti!), loro bramano venire a scuola: per imparare? Beh, non son mica più scemi di noi!

Loro amano venire a scuola per incontrare i compagni: finalmente possono stare con i loro coetanei, in libertà, senza genitori, senza allenatori, senza Akela, senza Don…il problema è che loro vorrebbero anche senza prof.

E qui, a scuola, fin dal primo minuto iniziano il vero, estenuante, impegnativo lavoro, che li assorbe totalmente: farsi accettare dagli altri.

E credetemi, è durissima. Tanto che spesso dobbiamo aiutarli anche noi.

Quindi, io entro in aula ad attività iniziata: li vedo che sono già al lavoro.

C’è Gianni che per farsi notare è disteso per terra e si rotola, mentre Martina scrive con la biro sul braccio di Matteo; Marco invece ha un debole per Luisa e quindi la mena, mentre Giorgio si gioca il jolly e fa l’imitazione del coccodrillo sopra un banco. Dispiace doverli distogliere (provvisoriamente, s’intende) da tale concentrazione, e con quanto fiato ho in gola, urlo “BUONGIORNO”: alla terza prova (noi insegnanti abbiamo un’estensione di voce che Mina o la Huston o Bocelli spariscono di fonte a certi miei colleghi o colleghe) le personcine si accorgono che sono entrata e tutti assieme, gridando “BUONGIORNO”, accorrono alla cattedra, perché ognuno di loro mi deve comunicare qualcosa di urgente.

A quel punto o li ascolti tutti e non fai lezione o cacci un urlo sovrumano (purtroppo non è nel mio repertorio, perché io non appartengo alla categoria delle urlatrici, sono più del genere Pino Daniele) e a mo’ di reggimento li fai mettere tutti sull’attenti (in verità saranno 10 anni che non vedo più scene del genere), oppure con molta pazienza, molto tatto, e un po’ di determinazione li convinci ad andare al posto e ad utilizzare un’altra modalità di comunicazione.

Li guardo tornare al posto: in fondo sono tutte carine e simpatiche queste personcine, solo che sono state abituate ad essere al centro dell’attenzione.

Una volta nelle famiglie nascevano tanti figli, oggi quando ne nasce uno si ritrova subito con la sua corte di genitori, nonni, zii, amici dei genitori (che non hanno figli), coinquilini, ecc. che lo adulano sfacciatamente di fronte a qualsiasi evidenza. Ed ecco che si origina così lo scolaro tipo del 2000: bello, curato, viziato, egocentrico, con le scarpe da ginnastica da 200 euro, il diario da 20 euro, che storce il naso se gli si chiede di acquistare un testo di narrativa da 5 euro.

Chiaramente, ognuno di loro pretende un rapporto privilegiato con l’insegnante, che deve ascoltare solo lui. I compagni non si ascoltano mai, possibilmente quando uno parla gli si parla sopra (nessuno escluso, insegnante compreso).

Non si “ubbidisce” (cosa vuol dire?): quando li inviti ad eseguire una consegna tu puoi vedere (e proprio lo vedi!) che il suono che esce dalla tua bocca procede con moto ondulatorio verso l’organo dell’udito della personcina in questione, entra anche, ma subito dopo esce dall’altro organo dell’udito posto agli antipodi del primo ( avessimo un solo orecchio!). Non è colpa loro (arriverebbe a dire un genitore) le orecchie sono due!

Però, devo ammettere, che anche questa generazione ha mantenuto una caratteristica tipica delle precedenti generazioni di scolari: quella di urlare. Loro urlano, non parlano, urlano.

Vi ho descritto, finora, quelle caratteristiche comuni a tutti gli scolari della generazione 2000, ma poiché sono individui, logicamente possiedono personalità diverse. Vi illustrerò (non aspettatevi, visto il termine, delle vignette o dei disegni come spesso credono i miei alunni) le personalità più significative della mia classe perché possiate meglio comprendere le condizioni reali in cui mi trovo a operare.

C’è Sofia, che prima viveva all’estero con il padre, separato dalla madre, e che ha ricevuto un’educazione piuttosto “libera”; ora vive in Italia con la madre che vuole introdurre nella sua vita delle “regole”. Lei probabilmente non ci capisce più nulla, tra la lingua e il nuovo modo di vivere, non ci si raccapezza più e…sogna. Lei non è qui, è altrove: ha dei libri e dei quaderni con sé, ma non sempre sa perché. Se deve comunicare con me ha bisogno di un rapporto a tu per tu: si alza e viene vicino, anche se deve rispondere ad una domanda di pertinenza scolastica. Ha bisogno di essere continuamente rassicurata e guidata.

Fabio è un ipercinetico, non riesce a stare fermo; ha bisogno di essere accettato dagli altri e quindi è in continua agitazione. Non sa esprimersi molto bene, perciò ricorre al linguaggio gestuale: in pratica, mena, fa dispetti, rompe veramente le balle! E’ anche bugiardo, nega di fronte all’evidenza, è permaloso: però se seguito individualmente si applica. Ha bisogno di essere continuamente guidato e rassicurato.

Lisa è un po’ abbandonata a se stessa, la famiglia non la segue: la madre l’ha abbandonata quando era piccola ed ora vive con il padre e la nuova moglie. Lei è felice a scuola: gioca con i suoi pupazzetti, si disegna le mani e le braccia. Da sola non è in grado di gestire nulla: se seguita individualmente apprende. Ha bisogno di essere continuamente guidata, rassicurata e confortata (ed amata).

Luca è bravo, è un ragazzino sveglio e a scuola va bene: ma soffre di attacchi d’ansia e di panico. Quando ha le crisi ha bisogno di essere confortato: devo portarlo fuori dell’aula, farlo passeggiare, fargli sentire (anche fisicamente, magari con una carezza) che gli sono vicino. (Intanto dall’aula giungono urla e strani rumori come si stesse verificando un terremoto e un palazzo di 10 piani, zeppo di persone, stesse crollando). Luca ha bisogno di avere un rapporto a tu per tu con l’insegnante perché deve sentirsi protetto.

Poi c’è Lorenzo, così dolce e pieno di buona volontà (troppo pieno di buona volontà), che è eternamente insicuro e chiede conferma ogni 30 secondi:” va bene?…ma è sicura che va bene?…non so farlo” “Ma no, vedrai che seguito da me sai risolvere il problema” “NO, non ci riuscirò mai (pianto)” “Ma no, vieni qui vicino a me, lavoriamo assieme, vedi qui…” “Prof. perché Lorenzo piange?” “Queo pianse sempre!” … Lorenzo non è autonomo nelle sue attività, quindi ha bisogno di essere seguito individualmente, di essere continuamente guidato e rassicurato.

Ed ecco Paolo, che è un ragazzino normalissimo, intelligente, studioso, intuitivo, ma…rompiballe da morire. E’ un tormentone, il moto perpetuo; apre bocca come entra in aula e non so quando la chiude. Parla, parla, parla in continuazione, sopra tutti, non ha importanza cosa dice, l’importante è parlare: parla per attirare l’attenzione dei compagni e dell’insegnante. Parlare per fare dello spirito, sempre e ovunque, a proposito e a sproposito: lui non conosce limiti. Ed io in aula mi sento come uno che abitando vicino alla metropolitana, deve imparare a convivere con il rumore di sottofondo.

Infine, c’è Franco che non vuole crescere, fa finta di non capire, fa finta di farsi male, fa finta di dimenticare, ma non fa finta di rompere. Anche lui cerca attenzione.

Bene, così vi ho presentato la materia prima che dovrei plasmare, che dovrei istruire, nei quali dovrei attivare un apprendimento di tipo “significativo”, così dice Ausubel (mitico!).

E io come faccio ad acculturare, a educare, queste personcine piene di vita (senza fargliela perdere questa vitalità, altrimenti ho tutti gli psicopedagogisti contro, e quelli sono tanti e tosti!)? Inoltre, dovrei seguire individualmente ( a tu per tu) Sofia, Fabio, Lisa, Luca, Lorenzo, Paolo, Franco.

Ma come faccio? Quali strategie posso mettere in atto? Quali metodi? Quali tecniche? A quali modelli didattici ricorrere?

Non dovrei certo aver problemi a rispondere a queste domande considerata la mia esperienza ventennale di corsi di formazione e di aggiornamento.

Vediamo come è iniziata questa carriera.

Le ultime parole famose: io non farò mai l’insegnante!

Laureata in Biologia in poco tempo, con buoni voti e con un figlio fatto nel frattempo, la mia più alta aspirazione era fare ricerca. Lo sognavo da bambina (lo sogno ancora adesso!): era veramente un grande desiderio.

Poi appena terminati gli studi mi telefona la mia cara amica:” Senti ti iscrivi ai corsi abilitanti?” Io: “Ma che, sei pazza, non andrò mai ad insegnare!” Lei: “Sì è vero, però non si sa mai…” Meno male che mi ha convinta, le sono ancora grata e glielo sarò per tutta la vita: non perché questo lavoro mi dia grandi gratificazioni, ma perché mi sarei trovata senza lavoro a causa di un ex-marito irresponsabile.

E così, il mio sogno è rimasto sogno, ho iniziato un’attività per la quale non mi sentivo destinata, ma ho subito deciso che se quello doveva essere il mio lavoro lo dovevo svolgere nel miglior modo possibile. E così iniziai la mia sfolgorante carriera, a metà degli anni “70, in un’isoletta della laguna di Venezia (e questo secondo me dice già tutto), insieme ad una piccola folla di colleghi (insegnanti della scuola media e elementare), che ogni mattina, ad orari disumani, prendeva un battello che si perdeva immancabilmente nella nebbia (piccoli eroi sconosciuti!).

Già ai primordi della mia carriera si possono notare i prodromi di una sensazione di inadeguatezza, quando mi ponevo domande del tipo: “Come possono comprendere e seguire la dimostrazione del Teorema di Pitagora ragazzi che parlano solo in dialetto e per i quali l’unica realtà conosciuta sono le valli da pesca?”

Comunque, quell’esperienza mi ha arricchito perché mi ha costretto a riflettere sull’uso del linguaggio nella didattica: infatti, all’inizio non ci capivamo. Ci sono voluti due mesi per farmi comprendere che “el me cojona” non era altro che un appello di aiuto che mi inviano i più bistrattati della classe (traduzione= mi prende in giro) e non un approccio fisico quanto mai ambiguo.

Poi finalmente arrivano i “favolosi anni 79”: arrivano i Nuovi Programmi della scuola media ( tuttora ignorati da molti miei colleghi) ed è la rivoluzione.

Furono, quelli, anni di grandi fermenti: partecipavo, assieme ai miei colleghi, fino a cinque corsi di formazione o aggiornamento all’anno e, se non bastasse, a due o tre gruppi di studio contemporaneamente. Ho lavorato attivamente con associazioni di insegnanti (Cired, MCE); ho approfondito le discipline che meno padroneggiavo; ho letto libri barbosissimi di psicopedagogia, di didattica, di docimologia; ho seguito seminari sulla valutazione, sul pensiero divergente, sull’apprendimento significativo,…sulla simulazione nel gioco (?) (non ho mai capito perché ho seguito quel corso!).

Noi andavamo dappertutto, lasciando figli piccoli, mariti e mogli giovani, a casa… per correre ai corsi di aggiornamento, desiderosi di sapere, di capire come risolvere l’eterno problema del fallimento scolastico; seguivamo con interesse, poi applicavamo in classe, poi valutavamo l’esperienza, ancora in gruppo, a scuola.

Piccola considerazione personale a posteriori: praticamente noi eravamo sempre a lavorare e a discutere e mai a casa, però nessuno dei colleghi, miei compagni in questa esperienza, è andato incontro a crisi matrimoniale, mah! Forse fa bene lasciare molta libertà al partner?

Poi arrivarono anche le prime incrinature:”… ma come, ho applicato il sociogramma di Moreno (tecnica convalidata per formare gruppi di lavoro equilibrati) e in classe si sono menati perché non volevano stare insieme nei gruppi!”.

Poi tutta la “menata” sulla comunicazione – perché, si sa, si va a mode, e noi dietro- bisogna mediare la comunicazione, semplificare il linguaggio…e il Preside si lamenta perché scriviamo da semianalfabeti! Sfido, a furia di comunicare con schemi, disegnini, simboli e semplificare il linguaggio, ad un certo punto ci siamo trovati a parlare come Tarzan!

Perciò, via, per recuperare, si partecipa tutti ad un corso di comunicazione verbale.

Nel frattempo che non si creda che il Ministero si tirasse indietro, giammai! Infatti ci chiedeva di attivare nelle scuole: corso di educazione alimentare, corso di educazione alla salute, corso di educazione sessuale, corso di educazione all’Europa, corso di educazione stradale, corso di Informatica, corso di interculturalità, corso di pronto soccorso, … corso di come orientarsi tra i vari corsi. E via ad aggiornarci: per fortuna mi sono sempre rifiutata di frequentare il corso di cucina multietnica, perché mi è indigesta.

Inoltre per poter attivare il corso bisognava stendere il fatidico “progetto” e questo andava assolutamente fatto e in tempi brevissimi, perché solo se si presentava il progetto la scuola aveva il finanziamento.

Le scene che si verificavano erano sempre le stesse: presidi che come condor tallonavano insegnanti i quali si nascondevano miseramente nei bagni; progetti vergognosamente copiati pari pari da altre scuole; crisi d’isteria (queste molto divertenti) di segretarie che non avevano ricevuto in tempo i “progetti”.

Io alla fine ero diventata così brava a scrivere progetti che un editore voleva pubblicarmeli come “novelle”, il preside me l’ha proibito!

Verso la fine degli anni “80 si è verificato l’inevitabile: i docenti dei corsi di aggiornamento non avevano nulla di nuovo da dirci, anzi eravamo noi ad intrattenerli argomentando sulle nostre esperienze didattiche. Ma, beffa delle beffe, purtroppo in quegli anni il Ministero ha una delle sue brillanti idee: per incentivare gli insegnanti a migliorare la propria preparazione, stabilisce che chi frequenta durante l’anno scolastico per un tot di ore dei corsi di aggiornamento, percepisce una maggiorazione nella retribuzione (logicamente un’inezia che credo, forse, non abbiamo mai percepito).

“Ma come, ho frequentato centinaia di corsi per quasi dieci anni, spinta solo dal desiderio di conoscere e di perfezionarmi nella mia professione e ora che, finalmente, mi viene riconosciuto in modo “pecuniario” tale attività, dovrei smettere di seguire tali corsi? NOOO!”

Me li sono, anzi, ce li siamo rifrequentati tutti!

Considerato il periodo di scarso fermento culturale che attraversava la didattica in quegli anni, le idee e le proposte che circolavano erano sempre le stesse; nuove per chi non si era mai aggiornato, scontate per chi, come me, aveva una carriera da “aggiornato”. Una noia tremenda!

Ma poi la beffa maggiore era che, le teorie psicopedagogiche che venivano propinate e le conseguenti metodologie didattiche erano ormai superate per i nostri scolari. Infatti, le metodologie in campo didattico si basano su teorie (dell’apprendimento, cognitive, ecc.), che, a loro volta, si basano su ricerche fatte su campo: questo significa che ci vogliono anni. Nel frattempo le generazioni che si susseguono cambiano in modo repentino e noi applichiamo su di loro le metodologie che sono state sperimentate sui loro genitori!

Ci sarebbe da riflettere!

Comunque trascorre così anche questo replay di aggiornamento, che bene o male mi ha arricchita professionalmente e di conseguenza i presidi che mi conoscono mi chiamano, questa volta, per condurre io stessa dei corsi di aggiornamento. Via, quindi, a studiare ancora.

Nel frattempo altri mi hanno chiesto di collaborare alla stesura di testi scolastici e quindi via a studiare e ad aggiornarmi sulla disciplina.

Sì, signori miei, proprio così, la mia è stata una vita di studio, a volte anche contro la mia volontà, ma io ho dovuto studiare di tutto, anche le parafilie, e non ne avevo proprio voglia.

E alla fine sono giunta alla SISS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) , un po’ per caso, ma mi è piaciuto e anche lì ho… indovinate… studiato, mi sono seguita tutti i corsi; ma la cosa più bella è che lo hanno fatto anche i miei colleghi. Sottolineo questo fatto per ribadire che non sono una pazza, bensì faccio parte di una folta schiera di “intelligenze sprecate”, non sfruttate, né riconosciute, né gratificate.

Ed ora, giunta a questo punto, dovrei sentimi sicura nella mia professione, nel senso che una pensa di aver maturato una certa professionalità, cioè ritiene di essere un buon insegnante.

E invece no. No, perché ad uno dei tanti seminari viene un docente con la d maiuscola e davanti a NOI, noi insegnanti in prima linea, afferma risoluto che nessun insegnante sa insegnare; infatti anche i più bravi in realtà “credono” di saper insegnare, ma anche loro sono degli inetti!

A NOI inetti? Ma che ne sai tu di noi? Ti sei mai preoccupato di venire a consultarci? Sei mai venuto con noi in prima linea a consigliarci quando disperati non sapevamo cosa fare se il bambino Down si chiudeva in bagno e diceva che voleva morire?

Volevo sputargli in un occhio, ma poi ho lasciato perdere perché in fondo…

NON LO AVREI BECCATO!

Insegnante in prima linea

Silvia Zanetti

seguono gli altri…

 

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5 Replies to “Salve mi presento: sono un’insegnante!

  1. Bellissimo Silvia ebbasta, così vero e profondo quanto ricco di ironia e autoironia, per non dire del tuo felice senso dell’humor. Perfino scritto bene bene e in modo via via sorprendevole, cosa che invoglia alla lettura, nonostante la lunghezza non sia quella consigliata per i lettori del web. Io però avrei letto ancora.
    Alla prossima 🙂

  2. Bravissima! Questo pezzo dovrebbe essere pubblicato su tutte le migliori testate giornalistiche d’Italia. Le tue descrizioni sono (volutamente, credo) a volte portate all’estremo, ma qualunque insegnante sul campo può riconoscersi. È tutto vero! Ciò nonostante, non cambierei mestiere per nulla al mondo (ovviamente sono un’insegnante anch’io).

    1. Cara Ginaginetta mi fa molto piacere ti sia piaciuto e soprattutto ti sia riconosciuta in qualità di insegnante.
      Purtroppo, l’opinione pubblica non conosce la realtà scolastica e troppo spesso si arroga il diritto di esprimere giudizi e fornire consigli. E’ un comportamento che non sopporto, ma è ormai dilagante!!!
      Anche io non ho mai voluto o desiderato cambiare mestiere. Un caro saluto
      silviaebbasta

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