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Riflessione sulla cattiveria umana

La letteratura ha insegnato che dobbiamo sempre aspettarci un pugno di cattiveria nel corso della nostra vita. Lady Macbeth, Uriah Heep e Polifemo sono solo tre tra le figure che hanno reso grande la letteratura e che hanno contribuito al vero significato di “cattiveria”, quella forza intrinseca che deriva dal senso di profonda ingiustizia tra noi e il mondo, tra ciò che riceviamo e ciò che ricevono gli altri, tra le sfortune che capitano a noi e le gioie che appartengono agli altri.
La vita reale, però, non si distacca molto dalle storie narrate dai Maestri della letteratura: oggi la crudeltà ha preso il sopravvento e la possiamo osservare nel volto di quelle persone che non riescono a trovare la causa del proprio senso di ingiustizia e sottopongono il proprio sfogo agli altri, spesso senza neanche dare le motivazioni che hanno prodotto quello stato d’animo.
Non dobbiamo stupirci di vedere la cattiveria anche nelle figure più improbabili: se pensiamo al Nobel portoghese José Saramago, la figura cattiva nella sua opera “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” era proprio la figura di Dio, una figura imprecisa e mutevole che minaccia e promette eternità.
Generalmente, una persona cattiva è quella che danneggia il prossimo e gode della sua sconfitta e viene mossa da un “bene superiore” come l’euforia di sentirsi potente o la gratitudine per aver fatto soffrire.
Far del male a qualcuno, fisicamente o psicologicamente, anche solo ignorando quella persona o farla sentire insignificante di punto in bianco non è altro che un modo per esorcizzare la propria debolezza.
La miglior via di uscita la spiega un’altra volta la letteratura: Dante scriveva “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Dobbiamo vedere i cattivi come i vili, persone che nella loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, «Coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo».

Link originale: https://bit.ly/2ZJvNtj

Gianluca Stival

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4 Replies to “Riflessione sulla cattiveria umana

  1. Ciao Gianluca, io sono Martina.
    Leggendoti e ampliando forse il discorso mi viene da dire che forse il nodo reale non sta nell’ignorare la cattiveria ma nell’accettarla come parte (si spera infinitesimale, certo) di ognuno di noi. Nel saper dare un’identità anche a quella porzione d’anima che ogni tanto ci fa parteggiare per il cattivo.
    Sarà che sono in un momento particolare della mia vita, eh, che le rotelle girando troppo hanno iniziato a fare un po’ di fumo e..mi fermo 😊
    Grazie per la tua riflessione, l’ho letta volentieri. Hai scelto un bel tema.

  2. Ciao Gianluca, anch’io ho apprezzato la tua riflessione e credo che tu abbia ragione quando dici che ciò che spinge una persona a isolare l’altro e ad escluderlo non è altro che il bisogno di affermare se stesso, un principio simile a quello che trattiene i vili dall’agire per paura di non riuscire o di essere sconfitti. Se fosse così, queste persone meriterebbero più pietà che disprezzo, e quindi sono d’accordo anche con Smart.

  3. Grazie Gianluca, ho molto apprezzato la tua riflessione e soprattutto il tema che hai voluto analizzare: la cattiveria.
    Tema pregnante e difficile da definire.
    Sono d’accordo con te quando dici che le persone cattive non riescono trovare la causa del proprio senso di ingiustizia e di inadeguatezza.
    Secondo la mia esperienza si tratta generalmente di
    persone deboli, invidiose , che denigrano gli altri per apparire loro migliori e in fondo nascondono un complesso di inferiorità .
    Ne ho incontrati e mi hanno profondamente ferito.
    Però pensò che esistano altre cause che possono generare la cattiveria, ma per ora non so focalizzarle.
    Comunque grazie perché , oltre al piacere di leggere la tua bella analisi, hai anche creato in occasione di confronto. 😋

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