Prosa

Quando Mel Collins è venuto a darmi la mano

Alla fine conta solo quello che fai in ogni nuovo istante della tua vita, non certo il passato di cui magari puoi andare orgoglioso e vantarti, ma che ormai non c’è più.

A venticinque anni mi trovo a dover suonare in un prestigioso teatro di Treviso con Mel Collins, sassofonista con i King Crimson, Camel, The Alan Parsons Project, Dire Straits, Caravan, Eric Clapton, Bryan Ferry, Marianne Faithfull, The Rolling Stones, David Sylvian, Tears for Fears, Lucio Battisti, Tina Turner, Alexis Korner, Bad Company, Alvin Lee, Uriah Heep, Robert Palmer, Phil Manzanera, Joan Armatrading, Pete Townshend, Tom Waits, Chris Squire, Humble Pie, Eric Burdon, Joe Cocker, Terence Trent D’Arby, Go West, Nick Mason, Meat Loaf, Milli Vanilli, Propaganda, Cliff Richard, Clannad, David Byron, Richard Wright, solo per citare i più conosciuti.

“Ecco” direte “ti stai vantando di averci suonato insieme! Affermi una cosa e subito dopo ti contraddici!”

Rido, in realtà mi vergogno tanto di averci suonato insieme perché non ero pronto. Non che adesso lo sarei, ma certamente allora non avevo una benché minima e adeguata cultura musicale e, soprattutto, non avevo ancora capito e sviluppato la mia unicità, quella particolarità che rende ognuno di noi irripetibile, insostituibile e prezioso, al di là di tutto.

In ogni caso qui si parla di Mel, non di me, io minuscolo e senza elle (Mel – me).

In quel momento sul palco c’era Kim Brown, cantante e chitarrista dei Renegades, famosissima band inglese dei primi anni ’60 e poi, da metà degli anni ’70, dei Kim & The Cadillacs. Con lui i suoi vecchi compagni Mick Webley e Trutz “Viking” Groth.

Prima di salire mi chiedono se suono il basso con loro su Be Bop A Lula e io, per farvi capire bene in che stati ero, declino dicendo “La conosco, ma non mi ricordo come fa.”, mentendo spudoratamente. Maledetto orgoglio. Così il basso lo prende Mick mentre imparo, mangiandomi le dita, che è un semplice giro di blues in mi, ma anche che ho tanto da fare su di me.

In ogni caso pare che prima o poi tutto abbia senso nella vita, sia che tu faccia bene sia che tu faccia male. Infatti è così che mi ritrovo sul retro del palcoscenico con Mel, io e lui da soli, ad aspettare il nostro turno per suonare un po’ di blues insieme. Compagni di avventura, non mi sembra vero.

Siamo in penombra, io seduto da un lato e lui dall’altro, a qualche metro di distanza, nessuno ha pensato di presentarci e io non ho il coraggio di disturbarlo. Però me lo mangio con gli occhi, di nascosto. Così, quando si alza all’improvviso e si dirige verso di me porgendo la sua mano, sobbalzo e mi guardo attorno per vedere chi è arrivato, chi sta salutando. Nessuno.

Viene proprio da me, lui! a prendere la mia mano e a stringerla, mentre dice “Ciao, sono Mel.” E io balbetto “So bene chi sei tu!” mentre mi chiedo se posso inginocchiarmi senza infastidirlo troppo. Lui ride, capendo il mio imbarazzo, e mi chiede se caso mai ho un nome anch’io.

Ecco, voglio avere un nome da poter dire con orgoglio e umiltà a ogni nuovo istante della mia vita.

Rating: 1.0/1. From 3 votes.
Please wait...
Gigi Todesca
Sono umano, ma sono anche un sasso, il vento, le piante, gli animali e tante cose che ancora non so.

4 Replies to “Quando Mel Collins è venuto a darmi la mano

  1. Gigi, secondo me quella cosa che ti rendeva unico e irripetibile già ce l’avevi. Mancava solo che te ne accorgessi tu. È sempre così nella vita: gli altri vedono per primi ciò a cui non badiamo di noi stessi, e nemmeno si accorgono di quello che ci affanniamo a nascondere credendolo un vistosissimo difetto.

    Un bello scritto, sì. Attiva pensieri.

Lascia un commento