Prosa

Quando ho fatto arrabbiare Koko Taylor

Ecco, adesso quelli che hanno letto la storia di James Cotton penseranno che Koko si è arrabbiata perché ho sbagliato note su un blues.

Invece no, cioè sì, qualcuna ne avrò pur sbagliata per l’emozione di aprirle il concerto, ma lei non c’era mentre suonavamo e non credo che qualcuno sia andato a dirglielo, a fare la spia.

È il festival di Nave Blues, in Lombardia, quello in cui ho già suonato tante volte accompagnando personaggi come Eddie C. Campbell, Louisiana Red, Joe Galullo e Tolo Marton.

Ormai mi sembra di essere a casa, dovrei essere tranquillo. Invece no perché oggi, a casa, c’è il mio mito femminile del Blues, Koko Taylor, tanto grande quanto bassa di statura e più tondetta di quello che ricordavo dalle foto. Certo poi non si riesce a capire da dove tiri fuori quella voce che ha fatto storia, né la grinta che sa sfoderare ancora, dopo tanti anni, oltre all’immancabile spazietto tra gli incisivi superiori, proprio come me.

Comunque, finita l’apertura, mi piazzo in prima fila, facendo a gomitate, per mangiarmela con gli occhi, ma soprattutto con le orecchie, quando una ragazza mi si fa vicina, sorride e mi chiede se ero proprio io che ho suonato prima di lei. “Shhhh!” le rispondo in malo modo.

Tanto mi avrebbe chiesto come si chiamava il cantante o, al massimo, se ero io che suonavo il basso e se questo strumento davvero serve a una band, come quella ragazza antipatica che mi ha fatto vergognare di fronte a tutti i miei compagni a Bologna, alla Taverna dell’orso.

Poi però sono rapito da Koko, da come mi canta i blues che avevo sentito soltanto dalle cassette o, al massimo, dai vinili, a solo un paio di metri da me, direttamente dalla sua bocca alle mie orecchie, tanto è vicina. Mi graffia l’anima e il cuore. Brividi.

Quando finisce l’ultimo bis mi sembra che il concerto non sia durato niente, devo guardare e controllare l’orologio per sincerarmi che siano davvero passate due ore. I musicisti saltano giù dal palco e se ne vanno lasciando Koko a cercare una scaletta per scendere che non c’è.

Allora mi precipito di lato e le offro la mano per aiutarla, ho la scusa per toccarla e il cuore in gola. Ma lei ha in una mano la borsetta da spettacolo, sdrucita da tante battaglie e con ormai diversi lustrini in meno e, nell’altra, la Coca Cola che sta bevendo.

Per fortuna si vede che Rick Wakeman, Dio ce l’abbia in Gloria, non ha fatto girare la voce che io mi infilo nei camerini degli altri per portar via cibo e bevande, perché Koko si fida a darmi la sua Coca in modo da avere una mano libera per farsi aiutare.

A mano con Koko Taylor! Non mi sembra vero, sono in estasi. Peccato che duri davvero poco perché lei se la riprende bruscamente dopo appena pochi passi e mi fa in malo modo: “Ou?”

Sembra proprio arrabbiata e io non capisco proprio cosa posso aver combinato per farla inquietare così. Non che io non sia bravo a far arrabbiare la gente, è che di solito so bene come e perché l’ho fatto.

All’inizio, vedendomi basito, mi fa dei gestacci che non capisco, poi, per fortuna, si spiega in un magnifico slang che potremmo tradurre così: “Ou, casso, ti me vol ridar quea Coca Co(l)a sì o no?”

Allora gliela riconsegno subito con la morte nel cuore e tutta la costernazione del mondo sul mio viso, sapevo che dovevo chiederle l’autografo prima del concerto.

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Gigi Todesca
Sono umano, ma sono anche un sasso, il vento, le piante, gli animali e tante cose che ancora non so.

4 Replies to “Quando ho fatto arrabbiare Koko Taylor

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