Prosa

Quando ho detto a Eddie C.Campbell di non suonare più con me

Ci sono persone che fanno e farebbero di tutto per suonare con gli artisti che hanno inciso il loro nome sulla storia della musica, soprattutto nel campo del Blues, visto che questo è il progenitore di tutti i generi moderni e dà parecchio lustro mettere nel proprio curriculum tali basi culturali.

Lasciamo perdere quello che hanno fatto americani e inglesi bianchi per appropriarsi addirittura del lavoro dei neri e guardiamo a Pino Daniele che agli inizi si vanta di essere un bluesman, alle locandine Zucchero King Of Blues, a Ligabue che in TV dice a un suo musicista che con il Blues non si scherza, fino a Britti che si presenta come chitarrista Blues.

A livelli più bassi le nefandezze non hanno fondo. Un mondo di piccoli personaggi che, come disse un caro amico musicista americano in tour qui in Italia, morirebbero di fame nella terra del Blues, se dovessero vivere di musica. Individui che puntano ai neri in povertà per poterci suonare insieme in cambio di pochi euro. Sapessero almeno suonare il loro strumento.

Comunque io mi ci sono trovato per caso dentro questa musica e poi sono sempre stato chiamato da capi band e organizzatori, solo per quello che ero e sapevo fare. “Un bassista di poche note” disse Fabio Treves presentandomi al pubblico a un concerto in cui suonammo insieme “quelle giuste.” Uno dei migliori complimenti che abbia mai ricevuto.

Nel mio piccolo mi sono sempre preparato meglio che potevo per ognuno degli artisti con cui ho suonato, ho sempre chiesto cosa dovevo fare, come potevo migliorare, che mi dicessero senza farsi problemi. Per rispetto verso di loro ma, soprattutto, verso me stesso. Molte volte ho tirato giù le parti anche per gli altri, sapendo con chi avevo a che fare. Credete sia mai servito?

Ecco perché Eddie C. Campbell mi guarda con affetto, sul palco, ma anche nella vita di tutti i giorni, nei nostri viaggi, nelle notti in hotel. Ecco perché mi dice “Vorrei portarti con me a Chicago.” E io allora, che so che gli americani lo dicono a tutti, tanto per farli felici, visto che non gli costa niente, a chiedergli come mai.  “Perché so che ti piacerebbe, impareresti presto, diventeresti bravo.”

E io lo guardo suonare e ascolto la sua voce che canta storie di un mondo in cui io faccio parte di quelli che tanto dolore hanno creato e distribuito e capisco all’improvviso che non ho nessun diritto a sentirmi suo amico, né di aspettarmi che lui possa considerarmi come tale. Una consapevolezza raggelante, ma che mi fa sentire al mio posto, per la prima volta. Ci sono cose che vanno meritate con ben altro che suonarci insieme per caso.

“Perché suoni?” gli ho chiesto quando l’ho conosciuto. “Perché a tredici anni mamma è tornata a casa con una chitarra scassata e ha detto: vedi di imparare, così non dovrai fare il pappone, spacciare droga o chissà che altro.” Anch’io ho cominciato con una chitarra scassata, ma non pensavo di viverci, qui da noi è andare in peggio, non in meglio.

Enorme, una montagna d’uomo, naso ammaccato con il pugilato (lo sport è un’altra via d’uscita per i neri), una gamba distrutta dalla sua passione per le moto e un grande cuore, enorme più di lui. TV fissa in albergo, braccio lubrificato per le slot machine e sempre a mordere un limone intero, per il canto, dice.

Con lui Barbra, bellissima, metà viso butterato da una malattia che le ha anche accecato un occhio. Così meravigliosa dentro che anche il fuori non può che continuare a splendere. Tra loro un grande amore dolcissimo. Tutti i soldi che lui guadagna vanno nelle cure per lei e non bastano mai.

Mi innamoro di tutti e due. L’amore, almeno, va oltre a qualsiasi cosa.

Un giorno sento parlare gli impresari tra di loro. Non sanno che sono lì vicino o, se ne sono accorti, pensano che comunque sarò dalla loro parte e non si fanno problemi a dire che Eddie ha un richiamo fortissimo, che quello che gli danno è ridicolo rispetto al loro guadagno. Gongolano.

Ci penso su, non è una decisione facile da prendere. Poi, finito un concerto lo prendo in disparte e gli dico:

“Sei tu che muovi tutti questi soldi, e io so che ne hai bisogno per le cure di Barbra, devi farteli dare. Puoi chiederne molti di più e, se suoni da solo chitarra e voce, puoi prendere in più anche i nostri. Se no fai come Chuck Berry e ti fai trovare una band sul posto di ragazzi che ti accompagnano gratis e senza spese in cambio della fama e della gloria.”

“Ma così non suoneremo più insieme…” dice con un filo di voce.

Io non riesco a dire più niente, mi fiondo ad abbracciarlo perché non mi veda piangere. Fa così presto ad accogliermi che mi viene il sospetto di non essere l’unico a cui si sono bagnati gli occhi.

“Grazie amico” sento direttamente dal suo petto al mio.

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Gigi Todesca
Sono umano, ma sono anche un sasso, il vento, le piante, gli animali e tante cose che ancora non so.

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