Prosa

Ma tu, che bambino eri?

Piccolo, all’inizio. Non sono sempre stato alto un metro e settanta. O basso, secondo i canoni di oggi.

Sono arrivato qui come un minuscolo alieno: blu e con la testa a pera. Perché fin da subito mi sono incastrato nella via d’uscita, un mio classico da lì in poi.

Piccolo così e incastrato così

Però ho dimostrato immediatamente di saper primeggiare in ogni occasione. Come primogenito, ma anche come primo parto cesareo di quel dottore che, dicendoglielo senza un minimo di tatto, ha fatto svenire mio padre.

Credo che mamma abbia solo sussurrato “Fate qualsiasi cosa, ma toglietemelo di qua.” Frase che poi usò spesso, visto che quella volta aveva funzionato.

Per non essere da meno, poi papà l’ho fatto svenire anch’io, ma senza alcun bisogno di dirgli niente, come invece aveva dovuto fare l’altro. Mi è bastato farmi vedere appena estratto.

“Tornerà normale presto.” Cercarono di rassicurarlo quando si riprese. Una speranza che di certo coltivò per tutta la sua lunga vita. Per sicurezza, nel frattempo, fece altri quattro figli, tanto per pararsi il culo.

E sempre che ci beccano, azz…Capii presto che la soluzione migliore per tutti, l’unica veramente, era che io me ne andassi di casa.

Approfittai allora di quello che in buonafede credetti un attimo di distrazione e scappai senza portarmi via nulla, tranne la mia sorellina di quattro anni, uno meno di me.

Purtroppo un deficiente ci bloccò al pontile dove dovevamo prendere il vaporetto che ci serviva per raggiungere la stazione dei treni e chiamò la polizia perché lo stavo prendendo a calci e pugni per liberarmi.

Così i miei, che sicuramente si erano accorti che eravamo spariti per via della tranquillità che era tornata devastante nelle loro vite, dovettero allora mentire spudoratamente ai tutori dell’ordine dicendo che ci stavano cercando per casa e poi, per colmo di sfiga, anche riprenderci. Sperando che io non me ne approfittassi per denunciarli, inventando chissà quali sevizie. Dimenticanza e leggerezza di cui mi pento ancora oggi.

Azz… essempre che ci beccano….

Capito che finché girava certa brutta gente sui pontili di Venezia era impossibile arrivare ai treni, decisi di passare al piano B: eliminare i fratelli.

In spiaggia dicevo a mamma che li badavo io, poi li portavo al largo in mezzo al mare e, prima di andarmene incurante delle loro grida, toglievo loro il tappo dal salvagente.

Niente può togliermi dalla testa che lei stesse dalla mia parte, non avrei potuto farlo impunemente tante volte.

Sempre però arrivava qualcuno a salvarli. Urlava a mia mamma che non si lasciano i figli soli in acqua, lei faceva la finta tonta inglese e la cosa finiva lì, con il malcapitato di turno che se ne andava rassegnato il più lontano possibile.

Allora, appena riusciva ad agguantarmi, magari con la scusa della merenda, mi arrivava un gran ceffone. Io credo perché ancora una volta non c’ero riuscito.

Ce l’ho fatta mamma? Ce l’ho fatta?

Di fronte a tanta inaudita ferocia papà ci provò anche a farmi ragionare. Quando gli dissi apertamente che avrei trovato una rama con due punte e gli avrei cecato gli occhi, mi spiegò con estrema calma e pazienza che così non avrebbe più potuto lavorare e procurare il cibo che mi serviva.

“Allora uno solo.” risposi prontamente, dimostrando di saper ragionare benissimo, sperando in cuor mio di avergli dato finalmente un motivo per cui potesse essere orgoglioso e fiero di me.

Perché perfino nonna Alice era rimasta colpita dalle mie capacità nell’affrontare e risolvere i problemi.

Quella volta che in treno morivo di sete mi chiese: “Gigino, ma se tu fossi nel deserto, cosa faresti?” E io ci misi davvero un attimo a rispondere: “Ti taglierei le vene e berrei il tuo sangue.”

Tant’è che tutto il treno, non solo lei, ammutolì per il resto del viaggio a fronte di tanta mia inaspettata saggezza e capacità di risoluzione.

No, piccolo mostro, nonna non ti libera da là.

Poi a mamma tagliai una mano fino all’osso, ma non era perché avevo sete o fame. Semplicemente stavo minacciando la giovane domestica con un coltellaccio da cucina. Ero troppo piccolo per sapere cosa potevo minacciare di farle e non è certo colpa mia se mamma è intervenuta prendendo il coltello per la lama.

Cosi come non è colpa mia quella volta che nonna Alice è finita giù dalle scale di viso rompendosi il naso. È stata lei ad attaccarsi alla mia mano mentre cercavo di scappare. Credetemi che non ci ho messo proprio così tanto a rinunciare ai miei progetti di fuga per soccorrerla, io sono un bambino buono, non ho nemmeno approfittato della situazione per cercare di berla.

E sì, ho proprio tanti bei ricordi della mia infanzia. Tipo quella volta che mamma, al grido di carogna maledetta perché la importunavo mentre cercava di pettinare ii più piccolo che doveva tenere in braccio e non poteva né muoversi né difendersi, mi ha scagliato in testa la spazzola che si è rotta in due. Io? Sentito niente. Sarò anche stato piccolo, ma ero invincibile e indistruttibile.

Ma mi vedete? Ero un angioletto, un piccolo Gesù!

Mamma ci provò a farsi prescrivere uno psicofarmaco sotto forma di sciroppo per usarlo su di me tipo la kriptonite con Superman. Ormai ero cresciuto e non era più così semplice addormentarmi sul gas dei fornelli.

Dopo un’ora mamma era solo agli inizi nell’elencare al dottore le infinite malefatte che a suo parere giustificavano tale richiesta. Ero molto orgoglioso che si narrassero già le mie gesta con tanta enfasi, correttezza e dovizia di particolari.

Nello stesso tempo però avevo continuato a guardare il poveretto, che ancora non era riuscito a proferire una sola parola, con un’aria di profonda compassione finché non fui certo che anche lui aveva capito e ricambiava nei miei confronti. Fu così che alla fine dichiarò: “Signora, suo figlio è un genio, lasci che si esprima.”

Quando scoprii che ero anche un genio mi sentii investito e sopraffatto da quel grosso senso di responsabilità che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita: dimostrare di esserlo cambiando il corso della storia dell’umanità.

Guardando le persone che avevo attorno capii che ci sarebbe voluto tempo e davvero tantissima pazienza ma, soprattutto, una pratica assidua.

Così fu nell’ottica di approfondire lo studio dei meccanismi che regolano i rapporti umani che più tardi nel tempo, quando avevo nove anni, pensai seriamente al mio suicidio e non, come potrebbero insinuare le solite malelingue, per sottrarmi all’arduo compito.

E zitti tutti

 

continua in: https://www.amicodipenna.it/ma-tu-da-piccolo-comeri-2/

 

 

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Gigi Todesca
Sono umano, ma sono anche un sasso, il vento, le piante, gli animali e tante cose che ancora non so.

4 Replies to “Ma tu, che bambino eri?

  1. Menomale che sei cresciuto 😳
    Scherzo! 😁
    Raffinata ironia, che ti contraddistingue, in questo racconto sulla tua infanzia dal quale, anche se può apparire a volte cinico, traspare una certa tenerezza. Attendo con curiosità il seguito 😉

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