Prosa

La guerra è finita

Venerdì verso le 9.30 un picchiatello getta due bombe su ****, che cadono una sulla casa Baldi in via Fratelli – due morti e un ferito -, e un’altra in un orto vicino. Una nuova incursione verrà effettuata sul paese una settimana dopo. Tre bombe: una vicino al ponte ferroviario la mattina; un’altra nei prati poco distante; la terza a pochi metri dall’ospedale.”

La strada è piena di macerie e vetri rotti. Una ragazza sotto shock vaga in mezzo alle macerie e cerca di raccogliere i vetri, e sembra non accorgersi dei morti e dei feriti in mezzo alla strada. Mormora parole incomprensibili, forse prega, forse parla ai morti. Rimanere in paese è pericoloso e chi può  cerca riparo altrove. Irma, una signora bionda coi capelli raccolti a crocchia dietro la nuca, viene caricata su un carro trainato dal cavallo con i suoi quattro bambini, tutti ancora piccoli, per rifugiarsi nella valle del Salto, una località di villeggiatura a circa 800 mt d’altitudine, distante una quindicina di chilometri dal paese.

Su al Salto potranno stabilirsi in una villa messa a disposizione da una famiglia dell’alta borghesia del luogo, che al momento si trova a Firenze.

Nevica; l’uomo che guida il carro indossa un mantello scuro e porta un cappello nero calato sugli occhi: è il cognato di Irma, Pino. Nel ’43, al ritorno in nave dall’Albania, giunto a Trieste era riuscito a salire su un treno e a tornare a casa, dove si era nascosto fino alla fine della guerra. Probabilmente in paese si sapeva, ma nessuno lo denunciò. Il suo compagno di viaggio, invece, insieme a tanti altri, non ce l’aveva fatta a salire su quel treno ed era finito in un campo di lavoro in Germania, dov’era rimasto per due anni, fino alla fine della guerra. Nevica fitto. I fiocchi turbinano attorno al carro, la strada è ricoperta da uno spesso strato di neve soffice sul quale si imprimono le orme degli zoccoli e i solchi delle ruote. I cavalli soffiano e sudano per la fatica, emanano una nuvola di vapore e un odore forte. Sul carro i bambini sono stretti l’uno all’altro, per scaldarsi, sotto una coperta gialla. Intorno è tutto bianco; i rami dei pini e degli abeti pendono pesanti di neve verso il basso. Irma porta in braccio la bambina più piccola, avvolta in una coperta azzurra. Sta scendendo la sera e il cielo si oscura, ma i fiocchi di neve continuano a turbinare tutt’intorno e il fiato dei cavalli soffia nubi di vapore bianco nel buio della notte. All’arrivo nella casa è buio pesto e non c’è niente per scaldarsi. Fuori continua a nevicare. I due bambini più grandi, un maschio e una femmina sui nove anni, vanno a cercare dei fiammiferi. Ne trovano alcuni, ma sono tutti bagnati e non si accendono. Si stringono tutti in un letto, bagnati e infreddoliti, sotto la grande coperta gialla.

Dopo qualche mese, a marzo, Irma è sola con i bambini nella casa del Salto. Guido, il marito e padre dei bambini, pompiere, non è stato chiamato a combattere, ma, dopo alcuni mesi di addestramento a Roma, presta servizio in paese e non può allontanarsene. Irma e i bambini dormono tutti in una stanza. Della casa, oltre quella stanza, usano la cucina. Nella notte si sentono dei rumori. I bambini si svegliano, si spaventano, piangono. Uno è un partigiano di Roma, gli altri sono soldati inglesi. Si scusano, dicono di essersi rifugiati nella casa l’anno precedente, quando non c’era nessuno, e di aver pensato, dall’identica posizione delle imposte, che la casa fosse ancora disabitata. Il loro ruolo è quello di sabotare ponti e strade, come i partigiani della guerra civile spagnola in Per chi suona la campana. Gli uomini raccomandano di non rivelare nulla della loro presenza, per evitare rappresaglie. Irma li fa entrare. Il partigiano romano addenta una fetta di polenta ammuffita con del lardo attaccato alla cotica. Irma, ottima cuoca, cucina la zuppa con uova, burro e pane. I soldati divorano la zuppa e, mentre mangiano, piangono: nessuno prima di quella notte li aveva aiutati, la fame era tanta e non si sarebbero mai aspettati un pasto come quello. Il partigiano racconta che suo padre era stato ucciso dai nazisti e da allora lui aveva deciso di unirsi alla Resistenza. Ai bambini più piccoli si dice che sono “i Barcaroi” (ovvero, letteralmente, gli uomini che vengono da Barco, un paese in fondovalle dalla parte opposta rispetto alla montagna dove si stende la valle). I bambini però li immaginano provenire dal fiume o dal mare, e cantano la canzone del barcaiolo che vien dall’onda.

Nella casa in paese ci sono i tedeschi. Hanno occupato delle stanze nel fienile e nel granaio; vivono lì. Sono gentili con Irma e con i bambini, e ogni tanto vanno a trovarli nella casa in montagna, anche perché la donna conosce bene il tedesco e ogni tanto vengono a cercarla per usarla come interprete. Non si poteva certo rifiutare, in quei tempi, l’ospitalità ai nazisti. I tedeschi sono gentili, ma un giorno nella casa arriva la Polizia Fascista. Quelli aprono i cassetti, gli sportelli della madia, rovesciano tutto e requisiscono il cibo. I loro modi sono orrendi. È il colmo, pensa Irma, in mezzo a questo viavai di soldati, aver paura dei “Nostri.” In questa situazione i partigiani e gli inglesi corrono un pericolo troppo grave, non possono rimanere. Pino il disertore li accompagna in una casupola di pastori, dove ancora negli anni ’60 si andava a prendere il latte appena munto. E’ una casa piccola di pietre e tegole, non lontana dalla villa dov’erano rifugiati Irma e i suoi bambini.

Un giorno il partigiano e gli inglesi prendono la via delle montagne per raggiungere l’Altopiano, ma una tempesta di neve li costringe a tornare. Bussano alla porta della casa, zuppi di neve bagnata, e la donna li fa entrare e di nuovo fa quello che le viene naturale: dà loro da mangiare. Quando sono nella casupola, la donna manda loro il minestrone e il pane fatto in casa. Guido, il marito, ogni tanto va in città a prendere i sacchi di farina bianca al mercato nero e poi li scambia con il pane appena sfornato; ma nella casa in montagna il pane lo fa Irma con le sue mani. Il partigiano e gli inglesi mangiano e piangono per la gratitudine o forse per la nostalgia di una vita normale, di una mamma o di una moglie che cucini per loro. A volte nella casa ci sono anche una nipote sui 20 anni con un’amica che studia all’università e che fa da interprete agli inglesi. Ascoltano Radio Londra piantando dei chiodi nelle assi di legno. Quando la radio trasmette musica, le ragazze ballano con i partigiani. Prima di partire di nuovo per l’Altopiano, gli inglesi lasciano a Irma uno scellino d’oro, con cui lei compra subito dei sacchi di sale. Per ironia della sorte, poche settimane dopo una bomba colpirà il treno con un carico di sale e tutti, di sale, se ne rifornanno gratis. Nello stesso periodo sull’Altopiano c’è un rastrellamento. Del partigiano e degli inglesi non si è più saputo nulla.

La mattina del 2 maggio 1945 verso le ore 8.30 le truppe americane entrano in paese. Nevica. Il cognato disertore corre per primo in montagna a dare la notizia. Sembra impazzito: “La guera l’è finìa. L’è finìa!”

Nel pomeriggio dello stesso giorno i tedeschi ormai in ritirata bombardano il paese per l’ultima volta.

 

 

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6 Replies to “La guerra è finita

    1. Grazie del commento cara Silvia. Secondo me quando ci si trova in mezzo agli eventi il coraggio in qualche modo lo si trova… e poi le donne di una volta sapevano tirar su otto figli senza la lavatrice, la lavastoviglie, il forno elettrico e il microonde…

  1. Ciao Ginaginetta, trovo interessante questo tuo modo di narrare, quasi un freddo diario, un po’ come la neve sotto cui comincia il racconto.
    Un distacco che non toglie nulla alla storia, anzi, le dona luccichio e quel fiato caldo che combatte e vince sul gelo.

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