Prosa

Il naufragar m’è dolce in questa melma.

Qualche tempo fa mi è stato detto che per essere un po’ più contenta nella mia vita dovrei provare rabbia più spesso. Chi me lo ha detto ha ragione, e la sua confessione va di pari passo con quella per cui ora sono conscia che quando mi descrivo a qualcuno che non mi conosce, parto sempre col dire ciò che NON sono, ciò che NON ho. Quasi come se si dovesse procedere a strati, con me. Spogliarmi come una cipolla.

Ho fatto la strada che costeggia il canale, due giorni fa. Stavo andando a fare la spesa per il pranzo e per comprare le cialde del caffè che servono sempre. Quasi stavo per prendere anche le fragole, poi ho deciso di aspettare un altro po’.
Ad ogni modo, camminando lungo il marciapiede che negli ultimi due anni ho fatto decine e decine di volte, pensavo a quella canzone: “Macbeth nella nebbia“.
In una sera particolarmente nebbiosa anche per essere in Val Padana ci ho fatto una foto, lì. Ricordo che avevo paura che qualche nutria risalita dalle sponde mi fissasse alzandosi sulle zampette posteriori e scoprisse i denti gialli, ma forse c’era scarsa visibilità anche per loro.
Fino a trent’anni avevi gli occhi verdi/adesso sono ancora più belli“, diceva la canzone, e io avevo deciso di credere a parole simili per tanto tempo.

Avevo fatto, sí, la scelta di credere che si potessero etichettare certe cose come “amore”, ma ora mi è palese il fatto che gli ultimi anni siano andati persi. Perduti.
Ho creduto in qualcosa che non esisteva perché mi serviva crederci, e ho iniziato a fare pace con la mia ingenuità soltanto ora. Magra consolazione, ma poteva andarmi peggio.
Quanto all’altra parte, non so. Ho la credenza che alcune persone sappiano lottare perché il solo mondo intero sia più giusto, e che nello stesso tempo dimentichino colpevoli ciò che succede in casa propria. La caldaia che perde, il gatto che scappa. Il tavolo a cui crolla una gamba, le more sui pagamenti rimandati. Le persone che si dice di amare che cercano di sentirsi importanti perdendo chili di felicità. E non solo quelli.
Piacere, signora Nessuno“, avevo scritto un giorno. Non ho mai saputo cambiare vocali (questa è per solutori esperti e informati sui fatti, mi perdoni il resto del mondo). Non ho mai saputo cambiare identità. Mai, giuro.

Ecco. Stavo su quel marciapiede e ho osservato il canale. Era un po’ più gonfio del solito per le piogge, un po’ più fangoso. “E il naufragar m’è dolce in questa melma“, ho pensato ridendo e soffiando dal naso, con l’aria un po’ cattiva. Ma la cattiveria, così come la rabbia, non è cosa da me. Io sono quella che non si lamenta mai, quella che gli altri non si accorgono fino all’ultimo di quanto stia soffrendo davvero.
Così ho attraversato verso la caserma dei vigili del fuoco. Dovevo cambiare tragitto.
Dovevo, sì, perché non mi capitasse mai d’incappare in quella micia vagabonda che sa diventare da piccola a grande in pochi secondi, come il mantice di una fisarmonica. Ecco, l’ho detto.

Ho fatto la spesa in pochi minuti – cialde, wafer, 2 uova da single, mozzarella, anticalcare, un succo fresco di mele e mirtilli – ma la canzone ancora non se ne andava dalla testa.

Allora sono uscita fuori di nuovo, alzando il volto verso il cielo grasso di nuvoloni. Ho ripensato a quel modo strano che ho di volermi, in fondo, inspiegabilmente bene, soprattutto ultimamente.
Quando le persone che ami ti mancano di rispetto, quando capisci che hanno saputo architettare una rocambolesca farsa alla quale tenerti agganciata, altro non puoi fare se non provare per te stessa del bene.

Essere superiore a tutte quelle finzioni.
In questo momento, sí, quando mi presento ad un estraneo dico sempre chi NON sono, cosa NON ho.
Ma ora so anche cosa NON voglio più, NON cerco piú e di cui NON ho piú bisogno.
E vuol dire moltissimo.

Tornando a piedi verso casa, tenevo la borsa un po’ pesante con la mano sinistra, mentre con la destra ho alzato l’indice al cielo, quasi per controllare la direzione del vento. Poi l’ho portato sulla punta del naso, perché è lì che si trova il mio pulsante delle cose belle.
Un paio di tocchi veloci, tap tap!, col polpastrello.

Un raggio di sole si è fatto strada tra le nuvole grigie.
Ho pensato che forse, con un po’ di fortuna, nel pomeriggio ci sarebbe stato spazio per il primo gelato di stagione: nocciola, cheesecake. Niente cono, solo coppetta. Una goccia di serenità; una spruzzata di qualcuno che ci tenga davvero.
Qualcuno che mi tenga davvero, stavolta.

Ho sorriso, come il futuro*.

 

*”Negli occhi ci sono degli incendi/qualcosa è riuscito a cambiarti/adesso che voli sui ghiacciai sulle città sui deserti/ti accorgi che nel disastro/il futuro era sempre lì/a sorriderci”.

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Smart88
Sono un disastro.

7 Replies to “Il naufragar m’è dolce in questa melma.

  1. Marti, Tim Burton non è nessuno al tuo confronto…
    Come puoi vedere ho tolto la melma, dopo anni, nel caso tu passassi da qui.
    Per le nutrie tranquilla, non ce ne sono più da quando il mattino passeggio lungo l’argine senza essermi pettinato.
    E quando sorrido leggendoti, mi sento il futuro anch’io.
    null

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