Altro

Il cappottino

Il nome Pippo l’abbiamo scelto per esclusione, per mettere d’accordo tutti. Ricky non andava bene a mia madre e alla vicina perché sia mio fratello che il figlio della tizia si chiamano Enrico. Ma si sarebbe potuto chiamare anche Chewbe, diminutivo di Chewbecca, vista la somiglianza con il personaggio di Star Wars. Mio figlio però non ha voluto. Io comunque, quando non mi sente nessuno, lo chiamo Pipina, Pipetta, Pippa, anche se è un maschio. Forse inconsciamente desidero una figlia femmina? Ma capita anche di chiamarlo Pipinide, Bilbo Beggins o Saul Pipper, in onore del mio ex psicologo (storpiandone il cognome; dire che lavorava da cani sarebbe comunque un insulto per Pippo). Mio marito invece dice che Pippo è lo psicologo di famiglia (La-caniano, s’intende) e io confermo, perché Pippo con la sua irresistibile bellezza e simpatia risolve le controversie e attenua le tensioni.

«Ehi, Duracell!!!» esclama con entusiasmo Piero, il “padrone” di Ettore, un vecchio beagle ormai senza voce. Quando Pippo lo vede, comincia a saltellargli attorno come un matto, abbaiando di felicità. D’altronde, Pippo fa così con tutti. È un cagnetto felice e fiducioso. Duracell, quindi, è diventato il suo secondo nome: Pippo – Energia pura. Il povero Ettore pazientemente lo sopporta e gli concede uno sguardo languido e stanco dall’alto in basso. E così io, Piero e sua moglie iniziamo interminabili chiacchierate sui nostri cuccioli e su un sacco d’altre cose. Un cane è socializzante, credetemi.

Ultimamente la conversazione tra me e altri “padroni” di cani felici verte su un argomento di grande attualità: il cappottino. Pippo è piccoletto e pieno di pelo, avete presente uno yorkino? Quello coi baffoni e il pelo che se lo lasci crescere tocca terra? Però Pippo, ultimamente, nonostante il pelo folto, trema come una foglia.

«Non è per il freddo, e comunque basta camminare e non star fermi!» dice mio marito.

«Ma caro, trema, ti dico! Guardalo, poverino! Io gli compro un cappottino.»

«Guai a te, io non porto in giro un cane conciato in quel modo.»

«Ma lo prendo di un colore sobrio! Guarda che così soffre, rischia di prendersi la cistite! E poi non vedi che a casa sta sempre vicino alle fonti di calore? Figurati che shock termico quando esce!»

«Ma va là. Sei la solita testona. Il cane ha il pelo per proteggersi dal freddo, i cappottini sono roba da fighetti, non se ne parli più.»

Fatto sta che un bel giorno, essendo l’aria particolarmente fredda, decisi di passare all’azione. Nel negozio della Pepa (la moglie del Pepe) c’era un’ampia scelta di cappottini d’ogni tessuto e colore e sicuramente ne avrei trovato uno per Pippo. Dopo lunghe riflessioni decisi per un modello color marrone con interno in finta lana di pecora e collo risvoltato. Quando tentai di provarlo a Pippo lui fu piuttosto restio, ma alla fine riuscii ad infilarglielo dalla testa, a passare la cintura sotto la pancia e ad abbottonargliela sulla schiena e infine ad infilargli i due elastici che fermavano il capo (d’abbigliamento) sotto la coda.

Arrivai a casa tutta contenta e i miei due uomini (marito e figlio), per non frenare il mio entusiasmo, dissero che era proprio un bel capo e che Pippo con quell’affare addosso assomigliava a un aviatore dell’esercito americano. Il pomeriggio stesso, però, mio marito tornò da un tentativo di passeggiata riportando il cappottino: «Con quest’affare addosso non cammina. Io lo porto fuori senza.»

Il solito, pensai. Quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli cambiare idea. Pazienza, vorrà dire che poi lo porto io.

«Vieni Pippo, Pipino bello, ora mettiamo il nostro splendido giubbotto in finta pelle con fodera di lana di pecora.» Riuscii, nonostante la ritrosia, ad infilare il colletto e ad allacciare il morbido cappottino, infine passai gli elastici dentro le zampette dietro e misi a Pippo il guinzaglio.

Pippo non si muoveva. Lo presi in braccio, scesi le scale e lo appoggiai a terra. Niente. Mannaggia, vuoi vedere che devo dare ragione a mio marito? Presi di nuovo Pippo in braccio, comminai per una decina di metri e poi lo deposi a terra. Nulla di nulla. Pippo era inchiodato come la statua di Marc’Aurelio in Campidoglio.

Slacciai i bottoncini a pressione, sfilai gli elastici dalle zampe e l’intero giubbotto dalla testa. Pippo partì in quarta, e io misi nella borsa il cappottino e mi feci una bella risata. Fiero come non mai, coda ritta e orecchie altrettanto, zampettava tutto contento e non tremava neanche un po’.

Diciassette euro buttati, mannaggia…

 

 

 

Rating: 1.0/1. From 1 vote.
Please wait...

3 Replies to “Il cappottino

  1. Lo prenderei io il cappottino, ma me lo sono appena comprato nuovo… pazienza.
    Comunque Pippo lo capisco bene, anch’io da piccolo non volevo saperne di andare in giro quando mi vestivano alla Zuava 😉
    Letto con il sorriso, ciao

    1. Vero Ginaginetta, purtroppo non ho foto che lo attestino visto che tutte le copie sono andate a ruba tra le ragazze 😛
      In compenso posso allegare, a consolazione di Pippo, il cappottino con cui pretendevano che io imparassi a camminare. Mancava solo che mi facessero dire “Bau!” Ma si può?

Lascia un commento