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D’istanti

La luce in fondo al tunnel è lontana, ora.
Sa di rintocchi di voci, di un dicembre che arrossa le guance intorno a sciarpe troppo spesse.
Forse, là, ci saranno il baluginio di un’insegna, la condensa sul vetro, quattro unghie piantate nella pelle per ricordarsi d’essere vivi.

E tu, tu mi chiamerai.
Chiamerai sempre, più di ora. Mi ricorderai il mio nome in una notte tanto piccola da stare nel palmo di una mano dalle dita lunghe, da pianista.
Niente luna, niente ombre. Nessuna forma da tastare, soltanto sensazioni.
Profumi, forse. (Im)pressioni sul ventre e sul viso, dita che scavano in uno specchio che non ho mai comprato, illuminate da lampadine che penzolano insensate dall’intonaco.
Un gruppo sanguigno scritto sul petto.
Contare fino a dieci prima di premere l’invio del messaggio. Prima di premere il grilletto.

Sarà – lo sai, sí? – come tornare a casa dopo mesi. Ti diró che sapevo, sapevo in fondo che non avresti voluto perderti altrove, se non in me. Sapevo che avremmo concluso di conoscerci da troppo tempo – secoli, per Dio -, di comprometterci a vicenda in modo irreversibile. Allora, ai poli opposti d’una barra di caricamento, ci prenderemo di nuovo per i capelli, per le nuche. Ci nutriremo l’uno dell’altro, e non chiederemo perdono se non al coraggio che non abbiamo mai avuto.

Allora, forse, la smetterai.
Riconoscerai d’esserti difeso inutilmente, nel tuo fortino d’argilla fatto di labirinti concentrici, cunicoli di pensieri, origami di carta a forma d’aeroplano che ti portavano lontanissimo, ogni dannatissima volta, costringendomi a seguire l’eco del vento per ritrovare me stessa.

Allora, forse, la smetteró.
La finiró di cercare attenzioni randomiche, di rifrangere la luce, di usare immagini, mai parole. Immagini, mai parole.
Smetteró di cercare un supporto, una voce, un’ombra disegnata male dalle luci del giorno che si adagiano nella sera.

Sarà, infine, pioggia sui lucernari.
Laverà via i cattivi pensieri, i residui delle lotte più antiche, la sensazione di non essere mai abbastanza.
Ci vedrà esausti e vuoti, senza più dita, dannatissimi indici dietro cui nascondersi.

Saremo semplicemente, fortunatamente e innegabilmente noi, ma senza avverbio alcuno.
Dichiaratamente insensati, una caccia selvaggia di ranocchie salterine in cui alla fine il cacciatore si scopre preda.
Preda da sempre.

Preda per sempre.

 

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Smart88
Sono un disastro.

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