Prosa

Cristomboro Colovoro, colui che ha scomerico la pertica.

Il mio nonno paterno è morto che ero piccina. Era più grande della nonna Concetta di diversi anni sicché, quando Ciuzza rimase vedova, era ancora abbastanza giovane e piacente perché dei distinti signori la corteggiassero a scopo matrimonio.

Tra i pretendenti spiccavano due suoi cugini: Gigino ed Enzo.

Gigino si presentava ogni mattina con le mafalde calde di forno. Non si poteva dire che fosse antipatico ma c’era un piccolissimo particolare ad ostacolare le nozze: era ancora sposato . << Vedrai che presto il Signore se la porta >> diceva. La signora moglie di Gigino dovette avere un gran da fare in materia di scongiuri e , in conclusione, Gigino morì prima di lei. Credo che tutti abbiano pensato che fosse giusto così.

Rimaneva Enzo, vedovo da diversi anni e con due figli adulti. Ogni mattina, dopo essersi vuotato in testa un barattolo di brillcream, prendeva l’ autobus, andava al mercato del pesce, ne comprava per un reggimento e  lo portava in dono alla nonna. A me il pesce non piaceva granché ma a buttarlo si faceva peccato e toccava mangiarselo per forza. Dal mio personalissimo punto di vista, questo non faceva guadagnare molti punti ad Enzo.

Ero, invece, affascinata dal fatto che avesse un occhio di un azzurro mai visto e un’ altro.. di vetro. Chiedevo a tutti notizie sul quell’ occhio di vetro e su come se lo fosse procurato ma …<< ssshhhh, che poi ci resta male>>.  Allora fantasticavo, inventavo storie incredibili e ogni volta era un autoconvincimento che sì, doveva proprio essere andata così! Questo faceva guadagnare punti ad Enzo.

All’ epoca era ancora in vita la bisnonna Venera, mamma di mia nonna che , alla rispettabile età di 94 anni, trascorreva le sue giornate in attesa di una carrozza mandata da un certo Conte Sapuppo con il quale sarebbe dovuta convolare a giuste nozze. Un giorno, forse pensando che carrozza e paggetti fossero finalmente arrivati, decise di provare ad alzarsi da sola con il risultato che cadde e continuò ad aspettare allettata. Quest’ incidente fece la fortuna di Enzo. La nonna si persuase di aver bisogno di qualcuno che l’ aiutasse a gestire le cose di casa e soprattutto l’ aspirante contessa inferma, così accettò di risposarsi ed Enzo diventò lo Zio Enzo.

Noi abitavamo in un’ altra città ed andavamo a Catania solo per  vacanze e feste comandate. Quell’ anno le vacanze estive furono prolungate per partecipare al matrimonio. Nei giorni precedenti, tra un preparativo e l’ altro, ci fu l’ incontro tra i rispettivi figli e un gran andirivieni di gente che veniva a felicitarsi e portar regali. Io ero molto angosciata: nella mia testa di bambina ci si sposava per fare figli ma… nonna e lo zio Enzo erano vecchi. Che tipo di parentela avrebbe avuto con me questo ipotetico bambino?  Così, un giorno, mi avvicinai allo zio Enzo mentre fumava sul balcone e chiesi.

Lo zio scoppiò in una risata che mi mortificò. A scuola , quando ci offendevamo facevamo il segno della croce e ci baciavamo, una ad una, le nocche di entrambe le mani: se ti riservano la croce sapevi di averla fatta grossa. Io ero decisa a far croce sullo zio ma ebbe la prontezza di smettere di ridere giusto in tempo. <<La legge dice che tra cugini non ci si può sposare ma proprio perché io e tua nonna non avremo mai figli ci hanno detto che possiamo>>. E, portandomi in salotto, tirò fuori da un cassetto pure il permesso scritto.

Perfetto, avevo risolto un problema ma adesso avevo altri  dilemmi: << Ma allora perché vi sposate? E perché i cugini non si possono sposare?>> Lo zio si chinò leggermente su di me, si mise  di profilo quanto bastava perché  potessi guardarlo bene nell’ occhio buono e con un’ espressione serissima mi rispose : <<Cristomboro Colovoro, colui che ha scomerico la pertica!>>.

Una delle cose che più mi spiace è non avere una foto con la mia espressione di quel momento. Lo zio, ridendo e scuotendo la testa, se ne andò in cucina, probabilmente a raccontare al resto della casa dei miei crucci. C’ è da dire che, da quel momento,  le questioni sul matrimonio, per me, divennero  secondarie mentre cominciai seriamente a domandarmi se lo zio fosse pazzo, ma soprattutto chi fosse Cristomboro Colovoro e cosa fosse una pertica scomericata. Ancora non sapevo di un tale Cristoforo Colombo che aveva scoperto l’ America e quindi non coglievo. Lo zio, invece, si rotolava dal ridere quando lo diceva. Perché lo diceva spesso, quando voleva risultare spassoso ma soprattutto quando gli veniva fatta una domanda a cui non aveva alcuna intenzione di rispondere o si irritava per qualche motivo. Fu probabilmente per questo che quando cominciai a chiedere in giro di Cristomboro Colovoro nessuno mi diede delle risposte che andassero oltre << Uh ma lascialo perdere a zio, non lo vedi com’è?!>>. Grazie maestra Liliana De Fiore per avermi aiutato a capire.

La nonna e la bisnonna, dopo il matrimonio, si trasferirono  a casa dello zio Enzo che era più centrale e quindi più comoda. C’era un corridoio lunghissimo sul cui lato sinistro si aprivano le stanze, l’ ultima , in fondo, era quella dove dormivano gli sposi. Era l’ unica stanza a cui avevano cambiato il mobilio “ che sennò pareva brutto” ma  il resto della casa era rimasto intatto e a me piaceva curiosare, aprendo cassetti ed armadi di nascosto. Fu così che trovai le foto dello zio da giovane. Foto di prima dell’ occhio di vetro, quando faceva le gare di atletica ed insegnava educazione fisica con la camicia nera del regime. In una aveva i capelli con la riga di lato, posava fiero del suo fisico asciutto appoggiato all’ asta da salto in alto . Lo zio Enzo era sul divano dello studio, concentratissimo nella sua più grande passione dopo la Pescheria di Catania e le sigarette: l’ enigmistica. Mi aveva vista entrare nella stanza ma faceva finta di non avermi notata, sperando che lo lasciassi in pace. << Zio… >> ho esitato un po’, con la foto in mano  <<Zio, ma ti è entrata l’ asta nell’ occhio mentre saltavi?>> . Ha abbassato un po’ la montatura tartarugata per guardarmi meglio e …<< Cristomboro Colovoro, colui che ha scomerico la pertica!>>. Niente, non mi avrebbe mai detto come si era ritrovato con un occhio di vetro. Lo zio, però, doveva aver letto la mia delusione e mi invitò a sedermi accanto a lui sul divano. <<Lo sai come si fanno le parole crociate?>>.

Cominciarono così i pomeriggi in cui io e lo zio facevamo la Settimana Enigmistica insieme. Per me le definizioni erano troppo difficili quindi mi dava degli aiutoni perché potessi arrivarci da sola oppure mi suggeriva la soluzione e io dovevo cercarne il significato sul vocabolario per poi annotarlo sul quadernetto. Mantenevamo quest’ abitudine anche quando erano lui e la nonna a venirci a trovare. Era una “cosa nostra” , come diceva lui.

Nel quartiere lo salutavano tutti con molto rispetto e lo chiamavano “il professore”. Pensavo fosse perché aveva insegnato nelle scuole. Una volta, invece, Ciccio, il pasticcere sotto casa, allungandomi un fico di marzapane, mi raccontò che lo chiamavano così perché aveva insegnato a leggere, scrivere e fare conti a tanti ragazzini ed adulti. <<Picciridda, tuo zio ha fatto bene a tanti cristiani tanto bene ca su dimenticanu ca teneva la camicia nera >>. Nella pasticceria c’erano tre donne, la mamma e le sorelle del signor Ciccio, tutte vestite di nero, pure i collant anche se era agosto. Mi sembrò di capire che, a Catania , se erano le donne a vestire di nero andava bene ma gli uomini con le camicie nere risultavano antipatici.

<<Zio, perché da giovane ti mettevi la camicia nera?>>

 <<Tu a scuola non te lo metti il grembiule?>>

<<Si ma a me non mi piace perché è blu da maschio>>

<<A me mi non mi si dice! Lo sa anche Cristomboro Colovoro, colui che ha scomerico la pertica!>>

Anche per la questione della camicia nera, ho dovuto aspettare un pochino per avere le idee più chiare e lo zio non ne ha mai voluto parlare.

La bisnonna Venera morì prima che la nonna e lo zio festeggiassero il loro primo anniversario. La sua stanzetta diventò la mia. Sulla cassettiera c’era la statua di una Madonna nera, custodita all’ interno di una capsula insieme a delle rose di stoffa rosso scarlatto. Credo sia per questo che non amo le rose. Era enorme e mi metteva una gran paura. Una notte me l’ ero quasi fatta addosso perché troppo spaventata per alzarmi e andare al bagno. Nonna me la faceva baciare sempre prima di mettermi a letto. Lo zio, tutte le notti, veniva a coprire la Madonna con un asciugamano e la mattina presto aveva cura di toglierlo. Per questo gli ero infinitamente grata così, per ricambiare, quando veniva qualcuno in visita, gli raccomandavo di ridere nel caso in cui lo zio avesse fatto il simpatico con la storia di Cristomboro Colovoro.

Una mattina, lo zio Enzo entrò nella mia camera per togliere l’ asciugamano e mi svegliò. Aveva deciso che fosse giunto il momento di portarmi alla Pescheria. Ogni giorno zio si alzava che era ancora buio, preparava il caffè e poi si chiudeva in bagno per la toilettatura. Mentre si ingelatinava con cura i pochi capelli rimasti, fumando come una ciminiera, era solito ascoltare il radiogiornale. Facevo colazione in cucina e capitava spesso di sentirlo sbraitare contro qualche notizia <<Ma Cristomboro Colovoro!”>>. Nonna si stringeva nelle spalle, a volte mi faceva segno che era matto. Quando si sentiva abbastanza bello e profumato per affrontare il mondo, lo zio usciva e restava fuori almeno due ore. Tante volte gli avevo chiesto di poter andare con lui… Quella mattina ero onorata che mi ritenesse pronta per la Pescheria quindi saltai giù dal letto come un grillo e mi preparai.

La Pescheria, inizialmente, fu una grandissima delusione. Non so cosa mi aspettassi da un mercato del pesce, so che l’ odore mi stomacava, la gente gridava in una lingua che non capivo e i miei sandaletti erano fradici dell’ acqua scolata dal ghiaccio dei banconi. Per arrivarci avevamo cambiato due autobus, qualcosa di buono doveva esserci per forza. Lo zio mi teneva forte la mano mentre si faceva largo nella calca e mi portò al cospetto di Pippo, il fornitore ufficiale del pesce di casa nostra. Quel giorno iniziarono le mie lezioni su come riconoscere le specie e il pesce fresco da quello” lario” con tanto di domande a trabocchetto. La mattina che cercarono di spacciarmi uno scorfano per una gallinella, Pippo disse allo zio che la picciridda imparava presto. <<Certo che impara presto, è mia nipote.>>

Fino a quel momento lo zio mi aveva sempre presentata come la picirridda nipote di Ciuzza, anche ai suoi amici impomatati del bar di via Etnea dove andavamo dopo la Pescheria.

 Gli amici dello zio Enzo erano 4 signori sempre in giacca e cravatta, anche se c’erano 40 gradi. Tra loro non si chiamavano mai per nome. C’era il Dottore, il Presidente, il Ragioniere, il Farmacista e ovviamente il Professore che era lo zio. Prendevano il caffè insieme tutte le mattine, seduti al tavolino del bar. Mangiavo la granita di gelsi agitando i piedi nella speranza che si asciugassero e non puzzassero troppo di Pescheria mentre loro commentavano le notizie su “ La Sicilia”. Puntualmente litigavano prendendosi anche a male parole e fu così che appresi che “Cristomboro Colovoro, colui che ha scomerico la pertica” poteva essere anche un modo di mandare a quel paese qualcuno. Una volta, il Famacista, si offese tanto nel sentirselo dire che si alzò di scatto e andò via. Non venne a prendere il caffè per tre giorni e lo zio dovette chiedergli scusa.

Passarono degli anni e , per me, andare a Catania significava uscire la mattina con lo zio, cucinare con la nonna e nel pomeriggio esercitarmi con la Settimana Enigmistica. In realtà, durante le vacanze , la casa era davvero affollata. Oltre me e i miei genitori, c’erano la figlia dello zio con il marito e i due bimbi e il figlio dello zio insieme al suo compagno. Una gran cagnara e per me e lo zio era diventato difficile trovare un momento per isolarci con i cruciverba. Stabilimmo che avremmo comprato due copie della Settimana Enigmistica. Zio riteneva fossi abbastanza grandicella per provare a lavorare da sola sugli schemi semplici e , a dire il vero, alcune definizioni le avevo anche imparate a memoria. Mi ci cimentavo la sera, prima di dormire. Lo zio, la mattina, scopriva la Madonna e controllava i miei progressi enigmistici. Sull’ autobus che ci portava alla Pescheria ripassavo i segni rossi che aveva tracciato sullo schema e talvolta riuscivo anche a corromperlo affinché mi suggerisse una soluzione. Il più delle volte , però, era un <<…Perché non ci chiedi a Cristomboro Colovoro, colui che ha scomerico la pertica?!>>

Era la fine dell’ estate , eravamo da poco rientrati da Catania e io mi preparavo per il quinto ginnasio. Telefonò la nonna, avevano ricoverato lo zio. Un ictus, disse. Non era in pericolo di vita ma non sarebbe stato più lo stesso e, no, non serviva che andassimo, c’era il fratello di papà a dare una mano.

Quando partimmo per trascorrere il Natale a Catania, avevo con me un faldone di Settimana Enigmistica da mostrare allo zio. <<Lo sai, vero, che zio non è più zio e che è inutile che te le porti dietro?>>. No, non lo sapevo, o meglio, avevo capito che fosse cambiato qualcosa ma non ero in grado di immaginare in che senso. Lo capì quando lo vidi sulla sedia che fissava il vuoto. <<Zio, guarda cosa ho portato!>> . Sembrava che avesse di vetro entrambi gli occhi. Piansi tutta la sera.

La mattina dopo, presi la Settimana Enigmistica e mi andai a sedere accanto al lui.  Lo vidi. L’ occhio buono aveva avuto un guizzo. Tutti dissero che era impossibile: tanto il dispiacere di vederlo così che dovevo averlo immaginato. Eppure, per me, lo zio era lì da qualche parte. Con l’ ostinazione che mi è sempre stata cara, decisi di passare ognuno di quei giorni a leggergli definizioni , convinta che lo zio, il mio zio, sarebbe rispuntato prima o poi.

Venne il giorno della partenza. Mi avvicinai a salutarlo, lo strinsi forte e glielo dissi: << Cristomboro Colovoro, colui che ha scomerico la pertica>>. Non so se successe davvero o se lo desiderassi con tanta forza, ma sentii che mi sorrideva. L’ ultimo sorriso. Ogni tanto un Cristomboro Colovoro scappa anche a me.

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6 Replies to “Cristomboro Colovoro, colui che ha scomerico la pertica.

  1. che dire?… ho pianto tanto è commovente. scritto con la semplicità delle piccole cose che arrivano al cuore. e quelle intese sotterranee fra le persone che sanno animare senza per forza dover dire.
    bello. solamente bello

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