Prosa

Branchie

Sono fuori.

L’aria profuma di pioggia certa e questo non mi sorprende, nonostante sia appena iniziato agosto.

Da domani sarà tutto più difficile, lo so; tuttavia, ciò che davvero ora importa è che sono fuori. Nient’altro.

Le cuffiette nelle orecchie pompano musica ad un volume molto alto e i miei passi si adeguano al ritmo che solo io posso avvertire; tutto il mondo che mi circonda mi sembra solo una visione da un grosso acquario.

Li vedo con la coda dell’occhio, i pesci.

Ripenso a ciò che è appena successo all’hotel, in quella camera non mia che odorava di tabacco e menta.

Se chiudo gli occhi, posso rivedere i dettagli che per primi mi hanno colpito al momento dell’ingresso; la carta da parati scura con il motivo barocco, il quadro dalla cornice sbeccata, la portafinestra con la maniglia in avorio lavorato. Bogdan mi aveva aspettata sulla poltrona imbottita nell’angolo a destra con le gambe incrociate e gli occhi chiusi, proprio come aveva scritto nella lettera infilata sotto la porta, al dormitorio.

“Una volta presa la decisione, strappa questo foglio e brucialo”, recitava l’ultima frase, vergata a mano in una calligrafia affusolata ma dal tratto deciso.

 

Era un uomo affascinante, dall’età indefinibile. Avevo ipotizzato che avesse più anni di quanti ne dimostrava, a giudicare dal modo in cui si era espresso in precedenza con me. Tuttavia, dal vivo gliene avrei attribuiti forse quaranta. I capelli castani e lisci erano organizzati in un ciuffo che cadeva sulla fronte, delineandone il profilo. Doveva curare molto il suo aspetto.

Quando aveva aperto gli occhi per guardarmi, un leggero intrico di rughe aveva sottolineato il suo sorriso, estendendolo a tutto il volto.

Un maglione color antracite abbracciava le sue spalle larghe e dritte. Sorpresa da me stessa, avevo sentito il desiderio irrazionale di poter fare altrettanto. Volevo, per qualche assurda ragione, conoscere il suo odore.

Imbarazzata, avevo quindi distolto lo sguardo osservando un paio di scarponcini allineati sotto il tavolino. Bogdan era scalzo.

 

A quel punto gli occhi di ghiaccio mi avevano trafitta. Avevo creduto di conoscerli da sempre.

Mi ero sentita scandagliata sin nel profondo, quasi come se quell’uomo stesse usando un uncino (forse un amo?) per smuovere tutto ciò che potesse rallentare il suo viaggio all’interno di me. Dettagli inutili, timori, corazze di ogni genere. Poi mi aveva rivolto una domanda.

《 Sai nuotare? 》. La sua voce non aveva accento, nè inflessione. Sembrava puro suono.

Avevo scosso la testa e stretto le labbra. 《No》, avevo infine risposto.

《Non importa, ti aiuterò io a respirare. Almeno per iniziare 》.

Si era alzato, si era avvicinato e aveva estratto dalla tasca un coltellino.

Avevo notato il suo anelĺo proprio nel momento in cui aveva premuto il pulsante laterale dell’arma e aveva fatto scattare la lama. La fedina riportava uno stemma color bronzo; un tridente.

《 Bogdan 》, avevo sussurrato io, osservandogli le labbra.

《 Un po’ di male lo farà 》. Il coltello si era alzato a mezz’aria.

 

Come per accertarmi che quel ricordo non sia solo un’allucinazione, mi tocco il collo appena sotto le orecchie.

Non fanno male, non più, ma ci sono ancora i tagli. Due aperture a mezzaluna che le mie dita, alla cieca, giudicano di un’altezza di circa tre centimetri. Le mie nuove branchie.

Respiro a fondo, soffermandomi sull’odore dell’aria; le sento bruciare a livello dei bordi esterni. Gli odori sembrano molto più definiti e vivi. Più completi.

Sciolgo la coda e lascio che i capelli nascondano la mia nuova natura.

Sto per raggiungere la zona del mercato, quando un passante mi incrocia e mi chiede informazioni. Tolgo un auricolare dall’orecchio.

《Scusi, mi sa dire la strada per l’ospedale?》.

Non rispondo subito. Il mio corpo é investito da decine di sensazioni mai provate; all’improvviso, dal nulla, conosco la stanza che è stata per anni il rifugio segreto di quell’uomo da bambino, vedo dei poster raffiguranti supereroi alati alle pareti, vedo un esperimento di scienze – il prototipo di un vulcano – vomitare un liquido di un colore sbagliato. Vedo sua madre piangere nell’angolo del letto dopo una pessima giornata di lavoro. Vedo suo padre – folti baffi bruni – con una locomotiva da riparare nella mano e una sigaretta fumante (una Marlboro) in bocca. Vedo la ragazza di cui si è innamorato. La vedo ammalarsi, litigare con lui e andarsene con un biglietto aereo e una prescrizione medica su ricetta rossa nelle mani. E vedo – no: avverto – il bisogno che ha quest’uomo di redimersi. Qualcosa che l’intero genere umano dovrebbe provare.

Vedo tutto questo in una manciata di secondi. Una vita in un guizzo.

《 In fondo a questa strada, laggiù, deve svoltare a destra. Vedrà l’edificio, non si preoccupi 》.

《 Oltre quell’edicola?》, mi chiede come ulteriore conferma.

《 Esatto 》, ribatto sorridendo. Anche lui sorride e io sento il profumo della determinazione.

Lo vedo portare una mano in tasca e stringere qualcosa. Le chiederà di sposarlo.

Provo il desiderio di aggiungere che non ha molta importanza ciò che farà, non ce l’ha per l’immediato futuro, almeno.

Non lo faccio. Ricordo bene ciò che mi è stato detto.

 

Le labbra di Bogdan avevano raggiunto le mie nell’esatto istante in cui il coltello aveva iniziato a recidere la pelle del collo. Ero ancora in piedi, poco oltre l’ingresso della stanza dell’hotel, tra le braccia di quell’uomo mai visto prima. Avevo tentato di divincolarmi quando il dolore e l’improvvisa carenza di ossigeno mi avevano sorpresa, ma lui mi aveva trattenuta con forza. Poi avevo ripreso a respirare con regolarità, anche attraverso le branchie. Avevo sentito il mio sangue colare sulle spalle, il pulsare acuto dei tagli e una sensazione di stordimento.

Le labbra che mi avevano baciata portavano con sè una storia lunghissima, molto più antica di quanto io credessi. Avevo conosciuto molte cose in un solo secondo. L’origine e la fine dei tempi; la mia missione.

Si era staccato da me con dolcezza, carezzandomi la pelle per pulirmi. Aveva poggiato il naso sul mio.

《 Non dire a nessuno ciò che hai visto. Non dire a nessuno ciò che vedrai 》, aveva aggiunto semplicemente.

Avevo scosso la testa. I miei occhi avevano guardato un orizzonte infinito posto oltre quella stanza, mentre lui infilava il coltellino nella tasca della mia felpa.

《 Non è ora. Non è il momento. Non è vita 》.

《 Perchè io?》. La domanda era rimasta sospesa nell’aria. Bogdan aveva sospirato.

《 In un’altra vita ti ho amata molto. Mi fido di te. Per questo hai ricevuto la mia chiamata 》.

Era bastato. Mi ero voltata e avevo splancato la porta.

《 Hai capito tutto? 》.

《 Sì 》.

《 Sai che non c’è ritorno? 》.

Senza distogliere lo sguardo dalla maniglia, ero uscita in silenzio.

 

Mi allontano dai pensieri e mi guardo intorno: riesco a vedere il mio obiettivo, ora.

Brilla di una luce argentata e io ne sono attratta come un pesce all’esca.

Il bambino trotterella ignaro di tutto questo accanto alla madre, nei pressi di una bancarella ornata di fiori. Riesco a distinguere i pesci e gli umani, mentre il cielo si sta sempre più rannuvolando. Quando muovo qualche passo nella direzione giusta, sento le prime gocce bagnarmi le guance in tocchi dapprima leggeri, poi più insistenti.

Vedo gli uomini riversarsi nelle viette laterali alla ricerca di un riparo; servirà a poco, io ormai lo so, ma il fuggi fuggi generale mi servirà per potermi avvicinare al piccolo. Compio infatti qualche rapida falcata, lo prendo per mano, gli sorrido; dimostra cinque anni appena. La madre sta ultimando un acquisto; gli occhi della donna, alla ricerca delle monete corrette, non lo stanno controllando. Lui mi segue senza fiatare, proprio come Bogdan mi aveva mostrato all’hotel.

 

Ora la pioggia scende a secchiate. Più che secchi, devono essere catini; forse vasche.

Il bambino non ha ancora le branchie: gli serviranno a breve. Metto una mano nella felpa e i polpastrelli impattano contro il metallo del coltellino. Sospiro.

I tombini, già saturi, iniziano a vomitare fanghiglia scura. Una voce femminile urla un nome che non riesco a sentire, sono troppo lontana. Svolto l’angolo della strada e un gruppo di persone – di pesci, proprio come me – mi circonda per proteggermi. Per proteggere il bambino, a dire il vero.

L’acqua ci arriva alle caviglie, bisogna fare presto.

Il bambino mi stringe la mano in due rapidi colpetti, così abbasso lo sguardo. Per la seconda volta in una giornata, due occhi chiarissimi mi trafiggono.

《 Cosa sta succedendo? 》. Voce cristallina, di puro suono. Sorrido.

《 È solo..sarà solo un gran temporale. I grandi una volta lo hanno chiamato “diluvio universale”》.

《 E tu? Come ti chiami? 》, mi domanda. Prendo in mano il coltellino e mi chino, circondandogli il volto con le mani.

《 Noa. Il mio nome è Noa. Andrà tutto come deve andare 》.

Un lampo improvviso cattura l’attenzione del piccolo, che alza gli occhi al cielo in un grido muto. Faccio scattare la lama.

《 Andrà come deve andare da sempre. E per sempre 》.

Rating: 1.0/1. From 10 votes.
Please wait...
Smart88
Sono un disastro.

8 Replies to “Branchie

  1. Ecco, ho sempre detto ai miei figli, quando erano piccoli, che, a fine stagione balneare, gli si sarebbero sviluppate le branchie, tanto era il tempo che trascorrevano in acqua…😀 mi piace questo tuo racconto, in fin dei conti veniamo dall’acqua…bentrovata, amica mia! 🌹

  2. A parte il fatto che è una bella storia, la trovo anche ben congegnata, l’aggiunta di un passato, anche se appena accennato, aumenta lo spessore dei personaggi, li rende ancora più verosimili. Complimenti (e ciao). 🙂

Lascia un commento